Un nuovo presidente La sfida di Beirut, di Alessandro Politi
APPROFONDIMENTO / 1 • Anno 1 - Numero 2 • Febbraio 2008
“Il Libano viene usato come mailbox per messaggi tra l’Iran e gli USA”, dichiara Oussama Safa, direttore del Lebanese Center for Policy Studies, il ché è macabramente vero da quando è stato imposto uno stallo alla rivoluzione dei Cedri e viene confermato dall’assassinio del capo terrorista Imad Mughniye.
Va ricordato che da novembre scorso non si è ancora sciolto il nodo dell’elezione di un nuovo presidente e che anche le elezioni politiche stanno slittando pericolosamente. Con l’avviso lanciato ai propri cittadini dal governo di ar-Riyadh a non viaggiare in Libano per un tempo indefinito e con la temporanea chiusura del centro culturale francese a Beirouth è chiaro che la situazione è diventata particolarmente seria e che diverse capitali si chiedono se è in preparazione un nuovo attacco a Israele o ai suoi interessi nel mondo oppure se addirittura non è in preparazione una guerra civile.
Tuttavia bisogna conservare il sangue freddo e cominciare a guardare l’intera dinamica tra Golfo e Levante per immaginare scenari credibili.
Una guerra civile? Si tratta dell’ipotesi peggiore, ma non risponde al perché la si dovrebbe fare. Sarebbe l’ultima spallata sciita per spazzare il governo di Siniora e affermare in modo incontrastato il proprio potere (e quello di Damasco e Tehran)?
Non è strettamente necessaria perché nello stallo non ci guadagnano sunniti e maroniti, mentre Hizb’Allah si può tranquillamente permettere d’aspettare.
Non è nemmeno vantaggiosa a breve termine perché toglierebbe senso alla missione ONU UNIFIL2, implicandone il ritiro e lasciando il campo a un’eventuale (contro) offensiva israeliana.
A proposito, perché Tel Aviv dovrebbe lanciare TSAHAL in un’altra avventura? Solo per il capriccio di recuperare l’onore delle armi? Qualunque analista israeliano serio, e non mancano, sa che una vittoria contro Hizb’Allah non coinciderà con il suo annientamento e che politicamente non cambia gli squilibri di fondo.
Israele ha bisogno di un governo forte per prepararsi a chiudere rapidamente la piaga della Palestina occupata e il vecchio contenzioso del Golan prima che sia troppo tardi. Una vittoria tattica in Libano sarebbe solo un effimero rafforzamento del premier Olmert, ma nulla di più.
E visto che ci siamo, tutti sono davvero sicuri che Mughniye sia stato ammazzato dal Mossad o dalla CIA, a Damasco per di più? È un detto ormai popolare in Medio Oriente che se è successo qualcosa di male la colpa è del Mossad; un modo ironico per ricordare che i capi arabi preferiscono gridare “arbitro cornuto” piuttosto che fare autocritica.
Invece molti sanno che sono in corso trattative serrate tra l’Iran e gli USA per un accordo sottobanco in modo da permettere un’uscita dignitosa dall’Iraq e un futuro più roseo, senza troppe sanzioni, al governo di Tehran, in cambio ovviamente anche di quel che conta del chip nucleare.
Non dimentichiamo che Ahamadinejad, che non ha perso l’occasione per un’altra truculenta sparata contro Israele, non ha però cancellato una visita per il 2 marzo in Iraq, là dove la presenza statunitense è ben visibile e il governo non è certo contrario a Washington.
Una prima ipotesi, tutta libanese, è che la morte del terrorista sia stata in qualche modo facilitata dai siriani stessi, in modo da intralciare questo nuovo corso iranoamericano e far pesare anche la propria presenza.
Un’altra, facilmente derivabile, è che si sia sacrificato un conveniente capro espiatorio per propiziare il ravvicinamento, ovviamente alle proprie condizioni.
Altre parlano di un colpo obliquo degli USA ai danni del riaddestramento ed equipaggiamento dell’Armata del Mahdi in Iraq, guidata da al-Sadr e supervisionata, guarda caso, da Mughniye. Altre ancora di una finta uscita di scena del terrorista, alla James Bond, per togliere un imbarazzo a Hizb’Allah con gli USA.
Ci sarà una ritorsione per l’uccisione? Molto probabilmente per salvare la faccia a spese di vittime probabilmente innocenti, ma strategicamente l’essenziale è ancora da decidere: ci sarà un accordo tra Bush e Ahmadinejad o no? Da lì dipenderà in larga misura il destino dello sventurato postino libanese, nonché dalla capacità dei politici locali di guardare in faccia la realtà demografica e agire di conseguenza.

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