Pakistan: dopo Musharraf in cerca di stabilità, di Riccardo Redaelli
APPROFONDIMENTO / 2 • Anno 1 - Numero 2 • Febbraio 2008
Sulla base dei dati disponibili, i risultati delle elezioni pakistane hanno confermato la sconfitta del partito legato al presidente Musharraf, la PML-Q (Pakistan Muslim League). Tuttavia, i partiti dell’opposizione non hanno riportato una vittoria così schiacciante come immaginato da alcuni analisti.
Il partito della defunta Benazir Bhutto, il PPP (Paksitan People’s Party), guidato ora de facto dal marito di lei, Asif ‘Ali Zardari (noto per la sua corruzione e ambiguità), e da una serie di notabili del partito, è il maggior partito del paese. Buona anche l’affermazione del partito dell’ex primo ministro Nawaz Sharif, la PML-N (Pakistan Muslim League – Nawaz). I partiti religiosi islamisti, che avevano per lo più boicottato le elezioni, sono poco rappresentati in parlamento, mentre risultano eletti anche molti indipendenti e rappresentanti di partiti minori.
In sostanza una frammentazione che non sembra dispiacere ai militari, i quali potrebbero far leva proprio su questa mancanza di un polo politico forte, che possa governare senza bisogno di coalizioni, per mantenere il loro ruolo sulla scena politica e per sfruttare le rivalità partitiche.
Una soluzione forte per marginalizzare ancor più il presidente Musharraf sarebbe ovviamente un governo di coalizione PPP-PML-N, ossia fra i due principali suoi oppositori. Una soluzione che personalmente mi sembra irta di ostacoli e scarsamente praticabile. I due partiti sono infatti divisi da una storica forte rivalità. È stato Nawaz Sharif a causare l’esilio di Benazir e a favorire l’imprigionamento per corruzione di Zardari. Alla rivalità politica si aggiunge il fatto che i due partiti rappresentano uno zoccolo politico-sociale percepito come molto diverso (più di quanto sia in realtà): il PPP il partito dei notabili e dei capi feudali del Sindh, la PMLN fortemente radicata nel Punjab, come dimostrano anche i risultati recenti.
Nel sistema clientelare e populista pakistano, i programmi contano davvero poco. È tuttavia chiaro che Zardari e il PPP sembrano disposti ad accordi con Musharraf, mentre Nawaz Sharif, estromesso dal potere proprio da Musharraf nel 1999, sembra animato da una forte rivalsa contro il presidente.
In più, la traumatica uccisione della Bhutto ha lasciato un vuoto di potere che è stato formalmente occupato dal marito e dal figlio maggiore (appena diciannovenne). In realtà, i notabili del PPP che hanno governato il partito durante l’esilio della Bhutto difficilmente daranno a Zardari ampia libertà di manovra. E in ogni caso tutti sanno che difficilmente un governo di coalizione può permettersi delle politiche di sfida aperta alle forze armate. Teoricamente, il PPP potrebbe tentare di formare un governo con l’aiuto delle formazioni minori e degli indipendenti, oltre a quello – magari indiretto – del partito di Musharraf. Dipenderà molto anche dalle decisioni del presidente e dalla sua capacità di attuare politiche duttili e mostrare flessibilità.
In buona sostanza, sono elezioni che non danno stabilità al Pakistan. L’anno scorso, quando Washington spinse per un compromesso fra la Bhutto e Musharraf, il progetto era di creare una “diarchia” che desse forza a Musharraf, democratizzando in modo controllato il paese, e appoggiandosi a una persona “amica dell’Occidente” come la Bhutto. Con la morte di questa e il crollo di popolarità del presidente, il progetto è fallito.
Per quanto indifendibile nelle sue scelte recenti, tuttavia, non bisogna dimenticare che Musharraf ha seguito in questi anni politiche moderate e di riduzione della corruzione, per quanto ambigue e inefficaci. Mentre i due campioni della democrazia pakistana, il PPP e la PML di Nawaz Sharif durante gli anni di governo hanno dilatato la corruzione, portando il clientelismo e l’inefficienza delle strutture amministrative a livelli incredibili.
Se il Pakistan fosse una principessa rapita, forse sarebbe ancora meno pericoloso l’orco cattivo dei cavalieri giunti a salvarla.

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