La prova delle urne, di Stefano Polli
IL FATTO • Anno 1 - Numero 2 • Febbraio 2008
Giro di boa elettorale, in poche settimane, per tre Paesi fondamentali per gli equilibri geo-politici del Vicino Oriente. Pakistan, Iran e Libano si sono confrontati o si confrontano con elezioni che possono mutare il rapporto di forze interno ai tre paesi con conseguenze importanti per tutta la regione. Se da un lato è vero che le elezioni tradizionalmente non svolgono in Medio Oriente un ruolo incisivo nel processo politico come accade in Occidente, dall’ altro lato è innegabile che l’attuale situazione è un po’ diversa dal solito. Giungono da varie capitali scricchiolii che annunciano possibili cambiamenti politici mentre le recenti elezioni pakistane hanno invece segnato, in modo clamoroso, la fine dell’era Musharraf.
C’e’ molta attesa per l’esito delle elezioni iraniane con i riformisti che provano a rialzare la testa, mentre la situazione in Libano appare invece irrimediabilmente im - pantanata e segnata dal sangue degli attentati. Tre elezioni per un passaggio che può, per una volta, cominciare a cambiare qualcosa negli equilibri del Vicino Oriente.
Qualcosa si muove nelle leadership di alcuni paesi-chiave per i destini mediorientali. Da qualche parte giungono scricchiolii che annunciano possibili futuri cambiamenti. Da altrove, invece, arrivano i tonfi sonori della fine di un’epoca. La percezione generale è che, dopo un lungo immobilismo, forse davvero ci sono i primi segnali dell’inizio un passaggio nuovo, di equilibri rinnovati che potrebbero crearsi. In poche settimane tre paesi fondamentali nella regione del Grande Me - dio Oriente - quell’area allargata che da Rabat arriva ormai fino ai confini in - diani e dove ogni evento importante ha, in qualche modo, ripercussioni e influenze negli altri paesi - affrontano elezioni che, in un verso o in un altro, possono modificare equilibri fermi da molto tempo. Pakistan (18 febbraio), Libano (26 febbraio, salvo ulteriori rinvii) e Iran (14 marzo) hanno guardato o guardano al responso delle votazioni come a un passaggio di boa di percorsi che potrebbero prendere direzioni nuove o subire variazioni comunque sensibili. È, in parte, una situazione nuova per il Medio Oriente dove l’impatto dei processi elettorali e certamente diverso, meno concreto, da quello tradizionale delle democrazie occidentali. Di sicuro, le elezioni in Pakistan hanno segnato una svolta decisa e, in parte, imprevedibile soltanto qualche mese fa. Il cambiamento in Pakistan ha subito un’accelerazione violenta dopo l’uccisione di Benazir Bhutto portando a maturazione situazioni ormai logore e ponendo con forza la ‘’questione Mu - sharraf’’. Di fatto, in pochi giorni il vol - to del Pakistan è mutato radicalmente, il futuro del presidente è in forse e la nuova coalizione al potere potrebbe cambiare la rotta di molte politiche portate avanti fino a oggi da Mushar - raf. In particolare, il nodo da sciogliere è quel lo degli ambigui rapporti con i grup pi talebani e la riconquista del con trollo del territorio a ridosso del confine con l’Afghanistan. Proprio in quelle aree tribali sulla frontiera hanno trovato rifugio molti leader talebani e di Al Qaida e un nuovo approccio, più deciso e con meno sfumature, verso quelle zone e le bande che lo controllano potrebbe avere un impatto decisivo non solo per le politiche interne del Pakistan, ma anche per le sorti dell’Af - ghanistan e, più in generale, per gli in - te ri equilibri regionali. Se quelli che arrivano da Islamabad sono fatti inequivocabili e chiarissimi, da Teheran giungono invece piccoli av - vertimenti di novità, movimenti un po’ confusi ma che potrebbero essere l’avanguardia di segnali più decisi. Le elezioni legislative iraniane sono viste da molti osservatori come un mo - mento importante per capire se il fronte riformista stia riguadagnando su quello conservatore. In questo senso, il recupero da parte del comitato di su - pervisione del Consiglio dei Guar diani di parecchi dei circa 2.200 candidati (la stragrande maggioranza dei quali ri - formisti) bocciati in un primo tempo è sicuramente un segnale da non sottovalutare. Com’è noto, uno dei momenti più controversi delle ultime elezioni fu proprio la bocciatura di molti candidati non ammessi alle elezioni. Un Iran orientato su posizioni più moderate contribuirebbe a creare un clima nuovo nell’intero Vicino Oriente e, anche in vista del cambio della guardia alla Casa Bianca, si aprirebbero prospettive più solide nei rapporti tra Teheran e l’occidente non solo sullo spinoso dossier del nucleare iraniano. Un presidente americano democratico (Hillary Clinton o Barack Obama) avrebbe certo una visione diversa dei rapporti con l’Iran e un approccio complessivo nuovo verso tutte le tematiche mediorientali. Sarebbe importante che anche da parte iraniana ci fossero accenti nuovi e più concilianti rispetto a quelli ribaditi a più riprese da Mah - mud Ahmadinejad, a cominciare da quelli nei confronti dell’esistenza di Israele. La decisa discesa in campo di queste settimane da parte del fronte riformista o conservatore moderato guidato da Mohamad Khatami e Akbar Hashemi Rafsanjani fa ritenere che qualcosa si stia muovendo anche negli equilibri interni iraniani. Dove invece la situazione fa fatica a muoversi è in Libano. Dopo 14 rinvii è stata fissata la data del 26 febbraio per l’elezione del nuovo presidente della repubblica che dovrà prendere il posto lasciato vacante da Emile Lahud lo scorso 24 novembre. Le ultime settimane sono state segnate da tensioni molto forti, attentati e morti. I tentativi di mediazione e convincimento portati a - vanti dal segretario generale della Lega araba Amr Mussa e, in maniera più soft, da alcuni paesi europei non hanno portato a risultati concreti. C’è un dato che dovrebbe far riflettere. Sul nome del futuro presidente è stato, più o meno, raggiunto un accordo di compromesso e la candidatura del comandante dell’esercito Michel Suleiman ha ricevuto un sostanziale via libera da parte di tutte le componenti libanesi. Eppure l’elezione è stata ancora rinviata perché si sta trattando ancora anche sulla composizione del futuro governo e, più in particolare, sugli equilibri futuri tra le varie forze e i vari poteri libanesi. Insomma, qualunque sia l’esito delle prossime elezioni libanesi (sono previste pochi giorni dopo l’uscita di questo numero del ‘’Vicino Oriente’’), sicuramente non risolveranno i problemi strutturali che sono alla radice dell’attuale situazione del Libano, un paese destinato a soffrire ancora delle tensioni attuali.

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