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Israele, misteri siriani e timori per Gaza, di Massimo Bordin

SGUARDO SU ISRAELE Anno 1 - Numero 2 Febbraio 2008

Bandiera israeliana Il momento da cui partire per cercare di comprendere la fase in cui si trova in queste settimane la politica israeliana va forse fissato alla tarda serata dello scorso 12 febbraio quando in una strada di Damasco salta in aria dentro a una Mitsubishi Pajero l’“ingegnere” di Hezbollah, Imad Mugniyeh, ritenuto lo stratega militare dell’organizzazione sciita libanese. Mugniyeh, per la verità, era ricercato da 42 stati, in prima fila gli USA - che gli addebitavano le stragi alla loro ambasciata e a una caserma di marines nel Libano degli anni 80 - e Israele che, oltre al resto, lo riteneva responsabile della strage a Buenos Aires contro la sede della comunità ebraica, effettuata secondo il Mossad su commissione iraniana.

L’eliminazione di un personaggio del genere resta inevitabilmente avvolta nel dubbio; molti erano quelli che gli davano la caccia e nemmeno si può escludere che, come spesso capita in Medio Oriente, nel suo stesso campo qualcuno, ritenendolo un testimone scomodo o un rivale troppo potente o una scheggia impazzita, abbia deciso di farlo fuori. Le reazioni israeliane, però, autorizzano l’ipotesi più lineare e scontata. Intanto ci sono state interviste di ex dirigenti del Mossad che quasi sono arrivati a rivendicare l’esecuzione. Poi è ripresa la polemica sulla stampa israeliana a proposito degli “omicidi mirati”. In un articolo di “Haaretz” Gideon Levy, giornalista che in passato è stato portavoce di Shimon Peres, ha addebitato al premier Olmert e al ministro della Difesa Barak la decisione di riattivare una strategia di “operazioni segrete alla James Bond” che “hanno portato soltanto duri e dolorosi attacchi di rappresaglia contro Israele e gli ebrei nel mondo oltre a nuovi rimpiazzi non meno efficaci dei loro predecessori.” Ma la polemica di Levy tocca anche un altro aspetto quando richiama il bombardamento israeliano nel nord della Siria dello scorso settembre e associandolo all’esecuzione di Damasco si domanda “che interesse c’è nell’umiliare Bashar al-Assad? E per quanto ancora egli continuerà a reprimersi e a incassare semplicemente questa umiliazioni?”. La Siria, che Condoleeza Rice ha voluto al tavolo di Annapolis, rappresenta per Israele non più solo l’immediato retroterra di Hezbollah in Libano, ma ormai l’anello di congiunzione per i finanziamenti e le armi iraniani destinati oltre che al gruppo sciita libanese anche ai sunniti di Hamas. La recente pubblicazione del rapporto Winograd sulla guerra dell’estate 2006 quando Israele si è trovato sotto attacco da due fronti, Hamas da Gaza e Hezbollah dal Libano, lascia in bilico nell’opinione pubblica l’immagine di Olmert, che aveva pensato di schivare l’ondata di impopolarità sostituendo l’anno scorso al ministero della Difesa il sindacalista Peretz con il “guerriero” Heud Barak, che fu da giovane comandante dei reparti speciali d’élite. Una mossa a effetto che può non bastare ma che in ogni caso ha prodotto dentro Tsahal, desideroso di emendarsi dall’immagine di impreparazione offerta al paese due estati fa, l’elaborazione di piani, non solo teorici, volti a evitare nuovi attacchi su due fronti. Se la preoccupazione principale a medio termine per Israele rimane il piano nucleare iraniano, a breve si rafforza il rischio da Gaza, sempre più “Hamas-land” e certo non arrivano rassicurazioni dalla situazione libanese. Ma è Gaza con i suoi recenti avvenimenti che preoccupa di più Israele e l’omicidio mirato di Damasco può ben essere letto come un chiaro messaggio dissuasivo nei confronti dei siriani e di Hezbollah ove fossero tentati di riaprire un secondo fronte a nord nel quadro di un remake di un’estate che Israele non vuole rivivere. Resta però da dimostrare che l’opzione militare sia sufficiente o addirittura utile a Israele per evitare il rischio di un accerchiamento che va stringendosi. L’altra faccia della questione sta nella politica iraniana che comincia a essere percepita dai paesi arabi come troppo invadente. Un tema da diplomatici accorti più che da militari decisi.

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