Elezioni e Medio Oriente, legittimità e consenso, di Vittorio Emanuele Parsi
IL PUNTO • Anno 1 - Numero 2 • Febbraio 2008
Non è un rapporto felice quello del Medio Oriente con le procedure elettorali. Non che la cosa stupisca eccessivamente, se solo si considera che, con l’eccezione di Israele e della Turchia, non esistono democrazie competitive nella regione. Paradossalmente, le uniche elezioni che negli ultimi anni hanno svolto un ruolo incisivo nel processo politico si sono avute in paesi sconvolti o minacciati dalla guerra civile, come l’Afghanistan, l’Iraq o il Libano. Per cercare di capire come mai questo si verifichi, occorre ricordare le due funzioni fondamentali assolte dalle elezioni. La prima è quella di consentire la selezione della classe politica, di permettere la competizione tra élite politiche alternative, per il governo del paese. Grazie al voto, i cittadini giudicano l’operato di un governo, lo censurano o esprimono la loro approvazione: in primo luogo, quindi, le elezioni misurano il consenso sociale verso l’azione del governo. La seconda funzione delle elezioni è quella di raccordare le istituzioni politiche con la società, di confermare il loro buon diritto a rappresentare il popolo, cioè il detentore ultimo della sovranità. In questo senso, le elezioni ribadiscono la legittimità del regime politico.
Se guardiamo alla quasi totalità dei regimi presenti in Medio Oriente, è facile constatare che essi si dividono in due grandi categorie. In primo luogo abbiamo quei regimi che non fanno mistero di non tenere in alcun conto la sovranità popolare come base della propria legittimità e, conseguentemente, neppure ritengono che spetti al giudizio popolare decidere della rotazione tra élite politiche. È il caso ben rappresentato dall’Arabia Saudita, che ha tenuto solo due anni fa le prime consultazioni elettorali a livello locale (riservate ai soli cittadini maschi, chiamati a eleggere la metà dei rappresentanti di assemblee con mere funzioni consultive). Com’è noto, la casa dei Saud fu costretta a un simile passo in un momento di estrema debolezza, dopo l’invasione dell’Iraq, e sotto le pressioni americane il cui progetto per la stabilizzazione della regione si fondava proprio sulla democratizzazione.
Il secondo gruppo è costituito da quei regimi che affondano la propria origine in rivoluzioni ormai lontane, spesso coincidenti con l’affrancamento dalla dominazione straniera diretta o indiretta. In simili casi il richiamo alla sovranità popolare è una necessità costante per la riaffermazione della legittimità delle istituzioni, per cui le elezioni non possono non tenersi, ma a condizione che sia ben chiaro che la loro capacità di determinare l’esito dello scontro per il potere sia nullo (come in Siria) o comunque limitato e coincidente con una fase di crisi del regime e di forte pressione esterna (come in Egitto). Un caso particolare all’interno di questa tipologia è rappresentato dall’Iran. In ossequio alla rivoluzione da cui è sorta, la repubblica islamica riconosce nel popolo il detentore della sovranità, ma la costringe a esplicitarsi nel rispetto del velayat (il principio del governo islamico). In più, attraverso un sindacato inappellabile sull’ammissibilità delle candidature operato dal Consiglio dei Guardiani stabilisce i “limiti” attraverso i quali la competizione delle élite è regolata dal giudizio degli elettori.
Ma perché, con rarissime eccezioni (la Giordania, almeno parzialmente), sembra che in Medio Oriente siano proprio le elezioni dei paesi a rischio di guerra civile (o che cercano faticosamente di venirne fuori) quelle che sembrano assolvere entrambe le loro funzioni? La risposta è che quando il regime è troppo fragile o non è ancora consolidato l’élite politica che gestisce il processo elettorale è costretta a “prendersi il rischio” del giudizio da parte dei cittadini, con l’esito, talvolta, di vedere sanzionato dal voto tanto il crollo del consenso quanto quello della legittimità del regime, come il recente caso pakistano sembra suggerire.

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