Un anno rischioso per l’esistenza di Israele, di Massimo Bordin
SGUARDO SU ISRAELE • Anno 1 - Numero 1 • Gennaio 2008
Si è chiuso per lo Stato di Israele un anno particolarmente difficile caratterizzato dall’elaborazione del concetto di rischio della sua stessa esistenza, un incubo che, dalla guerra dei sei giorni, sembrava definitivamente accantonato.
La guerra dell’estate 2006 ai confini libanesi con Hezbollah e la contemporanea offensiva di Hamas sul fronte opposto avevano messo in evidenza i limiti strategici dell’esercito e quelli politici del governo. Il senso d’incertezza e di accerchiamento si è acuito per la politica apertamente ostile dell’Iran di Ahmadinejad, retroterra - insieme alla Siria - dell’offensiva su due fronti e impegnato, a tappe che Israele teme sempre più accelerate, nel piano nucleare. Questi due temi hanno caratterizzato l’inizio del 2007 a Gerusalemme.
Già nel gennaio il Sunday Time parlava dell’organizzazione della risposta israeliana alla bomba di Teheran mentre si sviluppava all’interno del governo il processo politico che ha portato alla sostituzione del ministro della Difesa, mettendo al posto del sindacalista Peretz un altro laburista, l’ex premier Barak, politico e soldato che guidò il blitz di Entebbe. Nel corso dell’anno Israele ha acquistato dagli USA nuovi caccia bombardieri di ultima generazione, gli F-22, assai veloci e a lunga percorrenza.
L’opzione militare nei confronti dell’Iran è dunque tenuta ben aperta, mentre sul versante dei rapporti con gli USA l’anno non si chiude bene. Israele registra una distanza dal suo tradizionale alleato mai registrata negli anni precedenti. Spinta dalla necessità di invertire la tendenza negativa in Iraq, l’amministrazione Bush ha rielaborato la sua strategia sul Medio Oriente dove nel 2007 Condoleeza Rice ha fatto ben otto viaggi diplomatici. Tutte missioni volte a costruire una sorta di “cortina sunnita” per isolare l’Iran e sganciare dalla sua influenza la Siria e Hamas. La conferenza di Annapolis è stata in qualche modo il punto di caduta della prima fase di questa nuova strategia. Per coglierne il senso occorre fare un passo indietro alla vera e propria guerra civile fra Fatah e Hamas che ha caratterizzato il 2007 sul versante palestinese. È essenziale per il “fronte sunnita”, sauditi in testa, recuperare Hamas, sganciandolo dall’innaturale abbraccio con l’ Iran sciita. Fra febbraio e marzo a Ryad si sono svolte le trattative fondamentali, prima con l’incontro fra Abu Mazen e il vertice di Hamas, poi con una conferenza dove, presente la Siria, è stato lanciato il piano di pace saudita per la Palestina, seriamente preso in considerazione dagli USA. Il piano saudita presenta due livelli di difficoltà per Israele. Per i territori occupati c’è da parte dell’attuale governo ampia disponibilità. Recentemente Olmert si è spinto, seguendo Shimon Peres, anche a considerare la cessione di alcuni quartieri di Gerusalemme. Tutto ciò naturalmente non è indolore per i laburisti e il sempre più debole partito Kadyma. La destra del Likud vola nei sondaggi e Bibi Netanihau si muove sempre più da futuro premier, ma neanche lui sembra dotato di una strategia qualitativamente diversa rispetto alla linea “land for peace”, che per la verità finora non ha dato risultati.
L’ostacolo insormontabile per Israele è comunque la richiesta, contenuta nel piano saudita, di rientro dei profughi del ’66 non solo nei territori occupati ma anche nello Stato di Israele che perderebbe così la sua connotazione di “Stato ebraico” e diverrebbe uno Stato a maggioranza araba, contraddicendo la risoluzione ONU del 1947. Inevitabile che questo sia il tema di fondo che caratterizzerà l’anno che si apre.
Difficile intravedere soluzioni, a meno di non affidarsi alle indiscrezioni su un piano giordano-egiziano che prevederebbe il ritorno dei profughi solo nel nuovo Stato palestinese o alla progettualità dei radicali di Pannella che con un “satyagraha” mondiale insieme al Dalai Lama chiedono l’ingresso di Israele e di un nuovo Stato democratico palestinese nell’Unione Europea.

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