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La storia della Holy Land Foundation, di Paolo Martini

ECONOMIA E MEDIORIENTE Anno 1 - Numero 1 Gennaio 2008

Si dice “mistrial” quel “procedimento giudiziario che non giunge a conclusione per errori procedurali o per incapacità della giuria di raggiungere un verdetto”, recita il dizionario d'inglese. E' il modo in cui è finito a Dallas, poche settimane fa, il processo contro la Holy Land Foundation for Relief and Development
La Fondazione raccoglieva decine di milioni di dollari all'anno, destinati secondo lo statuto a opere di bene nei territori arabi (soprattutto quelli palestinesi) e secondo le accuse a finanziare il terrorismo. Si aggiunga che è presente dal 2005 – in compagnia delle Farc colombiane o delle Brigate dei Martiri di Al Aqsa, solo per fare due nomi – nella lista di organizzazioni che l'Europa considera terroriste o vicine al terrorismo. Da anni l'Amministra - zione Usa tenta di dimostrare per via giudiziaria (dopo averne sospeso l'attività) il sostegno concreto della Holy Land Foundation ad Hamas, la cui attività è considerata terroristica dagli Usa. E il fatto che il sostegno al terrorismo in Medio Oriente venisse da un’organizzazione basata negli Stati Uniti (nata in California, spostata poi a Dallas, nel Texas di Bush) non l'ha aiutata. Il Presidente in persona, dal Rose Garden, fece il nome della Fondazione nel dicembre 2001, accusandola di finanziare il terrorismo suicida..

Il processo da cui siamo partiti si celebrava davanti a un giudice federale di Dallas. L'accusa: aver destinato più di 12 milioni di dollari a Ong (con la zakat, la parola araba per elemosina, uno dei cinque pilastri dell'Islam) controllate da Hamas, che usava il denaro per rafforzare la sua influenza ideologica e reclutare aspiranti martiri.
Le “Commissioni zakat” insediate nei territori occupati palestinesi – ha argomentato David Cole, docente di diritto alla Georgetown University e autore di Less safe, less free: why America is loosig the war on terror - non sono però considerate fiancheggiatrici dalla stessa Amministrazione che pretende di condannare la HLF per aver inviato loro i denari raccolti con la beneficenza.
È interessante notare quanto le Commissioni zakat siano poco amate dall'Anp di Abu Mazen, tanto che pochi giorni prima della sentenza di assoluzione di Dallas era l'Anp a deciderne la chiusura in Cisgiordania, come denunciavano a metà ottobre gli esponenti di Hamas da Gaza, commentando la decisione del Ministro degli affari religiosi del governo fedele al presidente Abu Mazen, Jamal Bawattna.
Torniamo al processo: 197 capi d'accusa, 15 anni di indagini, più di 1.000 reperti portati in aula, comprese trascrizioni di intercettazioni, videotape, documenti. E la testimonianza di agenti coperti dell'intelligence israeliana. Alla fine i giurati non sono riusciti a mettersi d'accordo: “nessuna prova concreta”. “Capiamo che non ci siano assegni intestati ad Hamas, ma avremmo voluto almeno qualche elemento concreto che collegasse davvero la Holy Land Foundation al terrorismo”, ha detto uno dei giurati. Alla fine la decisione della giuria è stata confusa: diciannove giorni di riflessione, poi l'annuncio, poi un ripensamento di due giurati, poi il “mistrial”, l'annullamento.
“Dopo 13 anni l'Amministrazione rimane a mani vuote”, ha detto Khalil Meek, portavoce di una coalizione di difensori della Fondazione, “Hungry for justice”. E la figlia di uno degli accusati, Noor Elashi, figlia di Ghassan, ha addirittura evocato Rosa Parks: se lei “ha dovuto subire un processo solo per essersi seduta sul sedile sbagliato di un autobus, mio padre ha subito un processo per aver dato cibo, vestiti, istruzione a bambini palestinesi”. Il fatto che uno degli accusati sia il cognato di Khaled Meshal, uno dei leader di Hamas, deve aver avuto un peso, e l'avrà sulla reputazione della Fon - dazione e sulla determinazione della giustizia americana a non mollare, perché la Procura ha già annunciato di voler tentare un nuovo processo contro i leader della HLF. Che però per ora sono “not guilty”.

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