Parla Usamah Hamdan, leader di Hamas in Libano, di Francesco De Leo
CONVERSAZIONI • Anno 1 - Numero 1 • Gennaio 2008
BEIRUT - Più di un mese fa. Beirut, periferia sud della capitale libanese. In un taxi, sto per raggiungere Usamah Hamdan, rappresentante in Libano del Movimento di Resistenza islamica, meglio conosciuto come Hamas. Usamah Hamdan è considerato il numero due dell’organizzazione, vive a Beirut cambiando in continuazione residenza perché ai primi posti nella lista nera del Mossad, il temuto servizio segreto di Israele che aspetta solo di farlo fuori. Non abbiamo un appuntamento preciso, dobbiamo recarci in un posto, ritelefonare e aspettare. Arrivano delle moto, sono militanti di Hezbollah che curano la sicurezza di tutta l’area. Saliamo su un’altra macchina, scendiamo dopo seicento, settecento metri.
Ci portano in un appartamento, perquisiscono la mia borsa e dopo dieci minuti vengono a riprenderci. Usciamo ed entriamo in un portoncino cento metri più avanti. Saliamo le scale, i muri pieni d’umidità hanno tutto l’intonaco scrostato. Ci siamo. È l’appartamento giusto. La stanza è quasi buia, si apre la porta e, accompagnato da due guardie del corpo, fa ingresso il leader di Hamas. Vengono accese le luci, Usamah Hamdan mi stringe la mano. È vestito con un abito grigio chiaro, camicia bianca perfettamente stirata, capello corto e barba curatissima.
Prego si accomodi…sono a sua disposizione. Ci presentiamo, dal 1998 sono rappresentante di Hamas in Libano. Hamas nacque negli anni ’80 e da allora vi ho aderito.
Comincio a chiedergli dei terribili rapporti con Fatah e di come possano pensare di essere credibili quando parlano di Stato Palestinese.
Tre sono i punti di contrasto con loro. Anzitutto la democrazia…il passaggio dei poteri dal presidente al governo palestinese, poi gli ordini di sicurezza. Oggi sono dominati da un solo movimento politico, Al Fatah appunto, e noi chiediamo che queste competenze siano controllate solo dal governo palestinese. Il terzo punto riguarda la composizione del sistema politico palestinese. Oggi esiste l’OLP ed esiste l’Autorità Nazionale Palestinese. Non si capisce che relazione ci debba essere tra loro. Noi sosteniamo che debbano essere due entità autonome: il governo palestinese rappresenta il parlamento e tutte le forze governative, l’OLP è un’alleanza tra partiti e formazioni…
Parla di democrazia, ma mi permetta, non pensa che a Gaza ci sia stato un vero colpo di Stato?
La democrazia per noi è che il popolo palestinese possa scegliere liberamente i suoi rappresentanti, possa esercitare il suo diritto d’espressione tramite le leggi e controllare il potere politico ed esecutivo. Finché questa libertà è legge… non dev’essere violata. Quello che è successo a Gaza è un problema creato dagli ordini di sicurezza controllati da Al Fatah che interferiscono negli affari interni e si sono ribellati alle decisioni del governo. Abu Mazen ha fatto un errore gravissimo, costituzionale. Noi pensiamo che Abu Mazen sia il presidente legittimo del popolo palestinese, ma molti dei poteri devono essere trasferiti al governo e il governo non doveva essere delegittimato… tutti e due devono rispettare i loro limiti.
Lei fa un discorso politico ma Hamas si ‘esprime’ con i razzi sulla gente e le intimidazioni. Come pensate di conquistare in questo modo il consenso della comunità internazionale?
Si verificano continue aggressioni nei confronti della comunità palestinese, colpiscono i civili, uccidono gli innocenti… e di questo non si parla. Esiste una vera e propria disinformazione… Noi non colpiamo mai civili, ma solo obiettivi militari… questa non è l’etica della resistenza palestinese. Questa responsabilità è del governo israeliano, che ha respinto una proposta fatta dalle formazioni palestinesi per una tregua durevole che permetta una ripresa del dialogo.
Perché non liberate i soldati israeliani rapiti nell’estate 2006? Non aiuterebbe la vostra causa?
I soldati israeliani sono stati rapiti da Hezbollah… bisognerebbe chiedere a loro. Se parla dell’ufficiale Gilad Schalit, bisogna anche dire che ci sono 11.000 palestinesi nelle prigioni israeliane e 1.000 tra loro sono lì da dieci anni, sono in isolamento, non vedono i loro genitori e soffrono molto… Tutto questo potrebbe essere risolto se la comunità internazionale facesse pressioni su Israele per il rilascio di questi prigionieri procedendo così a una trattativa globale.
Qualcuno viene a chiamarlo, altre riunioni e incontri in programma, altri spostamenti. Come state qui in Libano?
I palestinesi in Libano hanno molti problemi… Siamo privati dei diritti civili come il lavoro, l’istruzione e la sanità. Fortunatamente dall’anno scorso si è riaperto un dialogo… che sta proseguendo.
Alla sua sicurezza ci pensa Hezbollah?
Con loro Hamas ha un rapporto strategico… del resto… affrontiamo entrambi lo stesso nemico!
* In Corrispondenze dal Medio Oriente l'audio dell'intera intervista a Usamah Hamdan.

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