Dalla quasi guerra alla pace? Di Giuseppe Caldarola
APPROFONDIMENTO / 1 • Anno 1 - Numero 1 • Gennaio 2008
Non sappiamo se il 2008 sarà l'anno della pace. Il 2007 è stato l'anno della quasi guerra. Ce n'è una che incombe drammatica. È quella che gli Usa di Bush minacciano o fanno capire di essere pronti a fare se il paese degli ayatollah non smetterà di cercare l'armamento atomico. Siamo di fronte a una situazione abbastanza paradossale. Il governo degli Stati Uniti ha lanciato l'allarme, la Cia diffonde paper rassicuranti, Sarkozy si schiera a fianco degli americani, cosa che per un governo francese è quasi un miracolo, l'Europa nicchia, l’Italia in nome del realismo fiancheggia l'Iran. Tuttavia la questione iraniana non si svolge sul filo della teoria o del diritto di un paese di dotarsi di armamenti. La parte cruciale del dossier iraniano riguarda la minaccia che l'Iran esercita contro Israele. L'idea che l'atomica possa essere lanciata contro Gerusalemme è più che inquietante, è aberrante. Non dovrebbe far dormire la notte i leader europei. È per questo che sono poco comprensibili le furbizie italiane che dando l'idea di voler tenere a bada il "mostro" ignorano le legittime paure di Israele. Il fronte arabo-musulmano ha restituito in questo periodo tutta la drammaticità della situazione afghana. Anche qui l'Occidente, impegnato in una dura missione militare, non riesce a portare a casa il risultato della vittoria sul talebani che appaiono all'offensiva su tutto il territorio.
Appare invece più interessante la situazione irachena dove sembra consolidarsi una certa ripresa di controllo del territorio da parte degli Usa e dei suoi alleati. Tuttavia ogni tassello di questo puzzle rimanda a una questione centrale, il conflitto israelopalestinese. Non è vero che risolto questo si risolvano tutti gli altri. Con la stessa forza di argomentazione si potrebbe sostenere che una sconfitta dei talebani, degli iracheni legati al terrorismo e un passo indietro del - l'Iran favorirebbero la soluzione della questione palestinese e darebbero sicurezza a Israele. Tuttavia la vicenda israelo-palestinese è ancora una volta di fronte a una possibilità. L'incontro e gli accordi di Annapolis indicano due cose: una volontà di pace e un itinerario per raggiungerla.
L'amministrazione americana sul finire della presidenza è sul punto di ottenere quel risultato che mancò Clinton nei suoi ultimi mesi di guida degli States. Ma quel risultato è possibile? Israele, malgrado la forte crisi interna, successiva alla cattiva gestione della guerra in Libano, ha nuovamente imboccato la strada della trattativa. Olmert è un po’ anatra zoppa ma sembra non avere rivali in grado di fermarne il cammino. Non si può dire la stessa cosa di Abu Mazen rivelatosi finora interlocutore serio e affidabile ma insidiato da Hamas e da quanti nel mondo arabo-musulmano non intendono rinunciare all’obiettivo della distruzione di Israele.
La stessa confusa situazione libanese non aiuta quelli che vogliono lavorare per la pace. In tutto questo quadro, malgrado gli auto-incensamenti, la politica europea e italiana, pur essendo priva di errori, non ha conosciuto colpi d’ala e si è mossa lungo i binari di un tradizionale fiancheggiamento del mondo arabo e persino delle sue componenti più radicali.
L’anno che ci aspetta sarà un anno di svolta o preparerà il mondo a nuove guerre? L’idea che l’avvento di un’amministrazione democratica dopo quella repubblicana possa portare gli Usa a rendere meno efficace la pressione sull’Iran o a spingerli a una maggiore distanza da Geru salemme è pura fantasticheria. È assai più facile che un’amministrazione democratica faccia la faccia feroce verso quei movimenti, regimi, stati che intendono imporre una visione del mondo che ha già portato a immense tragedie. La politica estera di un paese occidentale non potrà mai essere la fotocopia di quella statunitense. Ma non c’è politica estera seria in Italia che non debba riconoscere i vincoli ferrei della solidarietà occidentale.

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