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Afghanistan, il nuovo incubo pakistano, di Riccardo Redaelli

LA CRISI Anno 1 - Numero 1 Gennaio 2008

Afghanistan, il nuovo incubo pakistano La recente morte di Benazir Bhutto è solo l’ultima delle tragedie che hanno insanguinato il Pakistan dalla sua nascita, dal 1947 in poi. Uno stato debole, lacerato da tensioni etniche, politiche, religiose e sociali, ove molto spesso il ricambio politico è avvenuto solo attraverso colpi di stato, uccisioni, condanne per corruzione e fughe in esilio dei vari governanti.

Così, per il padre di Benazir, Zulfiqar Bhutto, deposto nel 1977 e poi ucciso dal generale golpista Zia ul-Haq, la cui morte in un misterioso attentato aereo spianò a sua volta la strada proprio a Benazir. Fin dai primi anni ’50 il pendolo politico è oscillato fra regimi militari golpisti che abbattevano corrotti e inefficaci governi “democratici” in nome della lotta alla corruzione e dell’unità nazionale, e ritorni alla democrazia sull’onda dei fallimenti dei militari al potere. Senza mai trovare un equilibrio che rafforzasse le istituzioni del paese, spesso indebolito da lotte indipendentiste (l’indipendenza del Bengala nel 1971, le rivolte in Baluchistan), guerre perdute, crisi finanziarie.
Con il generale Pervez Musharraf sembrava che il Pakistan avesse finalmente trovato un leader capace di rafforzare il paese, moderandone nel contempo le spinte più radicali. Salito al potere con un incruento colpo di stato nel 1999, abbattendo il corrotto e inefficiente governo di Na - waz Sharif (lo stesso che si batte ora per “riportare la democrazia” nel paese, dopo avere contribuito a distruggerla), Musharraf aveva dato prova di buone capacità politiche e di moderazione; aveva promesso di combattere la corruzione dilagante e di riavvicinare il Pakistan all’Occidente.
Ma con il passare degli anni, anche Mu sharraf è rimasto imprigionato nella palude della gestione quotidiana di un paese ingestibile, che per di più da quasi tre decenni vive una doppia maledizione: l’Afghanistan e l’islamismo radicale. L’Afghanistan è sempre stato l’obiettivo principe della politica estera pakistana (più ancora del Kashmir): esso doveva dare al paese la “profondità strategica” che mancava. L’ossessione di instaurare a Kabul un governo satellite, prima con i muhaheddin e poi con i taliban si è rivelata disastrosa. L’11/9 ha obbligato il Pakistan a sconfessare la propria politica di sostegno ai taliban, e ha rappresentato una delle peggiori sconfitte politiche del paese. In questi ultimi anni, poi, si è capito che il legame fra taliban e Pakistan (un legame creato all’inizio proprio dalla Bhutto), aveva effetti contrari: il Pakistan ha perso l’Afgha nistan, ma i taliban hanno “conquistato” intere zone del paese, nella North-West Frontier Province e in Baluchistan. In più questo legame ha favorito il dilagare del radicalismo islamico violento e anti-occidentale, ambiguamente contrastato da Musharraf.
Un risultato paradossale per un paese voluto da ‘Ali Jinnah, il capo della Lega Mu sulmana che si battè contro Nehru e Ghandi per dividere il sub-continente alla fine dell’impero britannico nel 1947. Un stato pensato per i musulmani ma non uno stato islamico: per Jinnah il Pakistan doveva essere laico e tollerante, alleato indissolubile dell’Occidente. Con gli anni, l’islamismo ha mutato il progetto iniziale: proibito l’alcol (di cui in realtà si fa un grande consumo illegale) e adottata la shari’a, riaperti i tribunali religiosi islamici, sempre più diffuse le madrase legate alla corrente estremista deoband, e così via. La guerra contro i sovietici in Afghanistan negli anni ’80 ha infine favorito il dilagare delle frange più estremiste, aiutate ottusamente per anni dall’Occidente, anche dentro le forze armate e gli apparati dello stato.
Il sogno afgano è diventato un incubo con cui tutti a Islamabad devono fare i conti. E non solo in quella capitale: i colpi degli attentatori jihadisti colpiscono la stessa strategia politica occidentale. Dovessero ora colpire anche Musharraf, scampato più volte ai loro attentati, il futuro pakistano sarebbe ancora più problematico di quanto sembri oggi.

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