La scommessa di Annapolis, di Stefano Polli
IL FATTO • Anno 1 - Numero 1 • Gennaio 2008
Il Medio Oriente si trova di fronte a un anno potenzialmente decisivo. Nel 2008 si potrà molto probabilmente fare chiarezza su alcuni dei molti problemi ancora aperti nel conflitto israelo-palestinese. Ma sarà anche l’anno della pace? Tutto gira intorno alla ‘’scommessa’’ di Annapolis, il vertice sul Medio O - riente voluto da George Bush dove Ehud Olmert e Abu Mazen si sono dati proprio la scadenza del 2008 per chiudere i giochi della partita mediorientale. La matassa sembra però ancora parecchio annodata. Sui problemi fondamentali - status finale di Gerusalemme, confini dei due Stati, ritorno dei rifugiati - le posizioni sono ancora lontane. E dodici mesi di tempo potrebbero, alla fine, non bastare per sciogliere tutti i nodi.
Senza contare le nuove tensioni pakistane dopo l’uccisione di Benazir Bhutto e le ripercussioni che le turbolenze a I - slamabad potranno avere sull’Afgha - nistan. E mentre il dossier iracheno e quello iraniano sono lontani da una soluzione chiara e positiva. Insomma, il solito, intricato, puzzle mediorientale. Difficile e complicato. E in continua evoluzione. Una vera scommessa.
La foto che ritrae George W. Bush che cinge le spalle di Ehud Olmert e Abu Mazen alla Naval Academy di Annapolis ricorda molto quella che immortala Bill Clinton con le braccia aperte intorno a Yitzhak Rabin e Yasser Arafat nei giardini della Casa Bianca in una limpida giornata del settembre del 1993.
In entrambe le foto i dirigenti israeliani e quelli palestinesi sorridono stringendosi la mano. Secondo molti osservatori dell’epoca, israeliani e palestinesi, nel 1993, andarono molto vicini a qualcosa di simile a un inizio di accordo di pace. Sappiamo tutti com’è finita. Quattordici anni dopo siamo ancora al punto di partenza. Anzi, in qualche modo, in un drammatico e deprimente gioco dell’oca mediorientale, la pedina del dialogo è più volte caduta sulla casella sbagliata facendo più di un passo indietro.
Qualche passo avanti e, subito dopo, qualcun altro indietro: questo è stato il ripetitivo destino di quello che con qualche eccessiva punta di ottimismo si è continuato a definire il processo di pace in Medio Oriente.
Adesso la “scommessa’’ di Anna - polis prova a muovere le acque paludose del dialogo tra israeliani e palestinesi con un rilancio forte e una scadenza inequivocabile: chiudere i giochi entro il 2008, raggiungere un accordo di pace nei prossimi dodici mesi.
È sicuramente apprezzabile un tentativo portato avanti con questa determinazione perché l’unico modo di rivoltare una situazione da troppo tempo in fase di stallo è probabilmente proprio quello di “forzare” i tempi, gli spazi negoziali e anche gli umori delle due parti.
Ma, certo, una qualche certa dose di scetticismo è doverosa per più di un motivo. Prima di tutto il generoso rilancio Usa arriva inevitabilmente in ritardo. L’amministrazione americana - l’unica davvero in grado, con i suoi atteggiamenti, di cambiare i destini della regione mediorientale - in questi anni è stata occupata da due guerre (Iraq e Afghanistan) e altri dossier regionali (Iran prima di tutto).
Nel frattempo nei territori è arrivata la crescita di Hamas (che detiene il potere a Gaza) e il ridimensionamento di Abu Mazen, l’unico possibile reale interlocutore palestinese. In Israele la malattia di Ariel Sharon - e la sua scomparsa dalla scena politica - ha lasciato un vuoto politico non ancora colmato pienamente. Il dialogo, pur spinto da buona volontà, non ha dato frutti proprio a causa di una situazione deteriorata con nuovi problemi che si sono andati a sommare a quelli antichi che si trascinano da decenni.
In questa situazione, la scommessa di Annapolis appare difficile e complessa, anche perché il tentativo messo in piedi dall’amministrazione Usa risente, secondo la lettura di parecchi osservatori, della volontà di Bush di avere qualche risultato clamoroso in politica estera prima della scadenza elettorale del prossimo autunno. C’è poco da aspettarsi dal dossier iracheno e da quello iraniano e, dopo l’uccisione di Benazir Bhutto, anche la situazione in Pakistan si sta deteriorando, forse in maniera irreversibile, con conseguenze tutte an - cora da valutare pienamente sul vicino Afghanistan.
Un’eventuale intesa israelo-palestinese darebbe quindi una spinta importante al partito repubblicano di Bush in vista dell’elezione del nuovo presidente americano.
Ma, al di là di queste ripercussioni sul dibattito elettorale interno, la discesa in campo di Washington è destinata a spingere comunque in qualche nuova direzione il destino mediorientale.
Il problema è il tempo. Dodici mesi non sembrano infatti francamente un margine sufficiente per sciogliere i nodi principali dell’intricata matassa israelo-palestinese.
Su questioni come lo status finale di Gerusalemme, la definizione dei confini tra Israele il futuro nuovo stato palestinese e il rientro dei profughi palestinesi, il dialogo è ancora bloccato su molti aspetti di fondo. Abu Mazen e Ehud Olmert, inoltre, non sembrano avere alla spalle la solidità politica e il seguito popolare che sono assolutamente necessari per poter raggiungere un accordo che comporterà sacrifici pesanti per entrambe le parti. Convincere israeliani e palestinesi sarà uno dei compiti più delicati per i leader israeliano e palestinese nel caso in cui do vessero raggiungere davvero un accordo.
La scommessa di Annapolis ha però alcuni punti a suo favore che non vanno sottovalutati. Il più importante di tutti è la stanchezza che attanaglia grandi strati delle società israeliana e palestinese. In questi anni la situazione è progressivamente peggiorata: da un lato la situazione umanitaria dei palestinesi ha toccato momenti di vera disperazione, dall’altra il livello della sicurezza degli israeliani è sceso in ma - niera impressionante a nord (confine con il Libano) e a sud (confini con Gaza), senza contare la forte polemica della costruzione della barriera di sicurezza tra Israele e la Cisgiordania.
Molti israeliani e molti palestinesi semplicemente vogliono una soluzione, vogliono poter vivere in pace, in sicurezza e con dignità e questo è un elemento che non era mai stato così forte e pressante e che potrebbe dare una spinta nuova alle motivazioni dei negoziatori di entrambe le parti.
Le incognite per una rapida soluzione del processo di pace non si limitano però ai campi israeliano e palestinese. Grossi punti interrogativi vengono da quello che sarà l’atteggiamento dei paesi arabi nel loro in - sieme, dalle reazioni dell’Iran, dalla politica siriana, da quello che accadrà nel travagliato Libano, da come si e - volverà nei prossimi mesi la nuova crisi pakistana e da quali saranno le ripercussioni a Kabul delle turbolenze a Islamabad.
Ancora una volta la questione mediorientale è un grande e complicato puzzle a tratti indecifrabile, un rompicapo con troppe tessere, molte sfaccettature e mille sensibilità. Forse per risolverlo bisogna proprio scommetterci sopra.

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