2008 annus mirabilis, di Gianluca Ansalone
APPROFONDIMENTO / 3 • Anno 1 - Numero 1 • Gennaio 2008
Per molti versi sarà così: un anno da ricordare per gli Stati Uniti d’America e per il Medio Oriente. Le due storie da sempre si intrecciano ma la vigilia delle elezioni presidenziali americane ha il sapore di una nemesi, di un “punto di svolta”. Almeno questa è la percezione che in larga parte l’opinione pubblica condivide, quasi che attendesse la fine dell’era Bush e l’inizio di una nuova fase politica. Ovviamente gestita dai Democratici alla Casa Bianca e al Congresso.
Ma a ben guardare le premesse di questa campagna, nonché la condotta politica di un Congresso già appannaggio dell’Elefante a stelle e strisce, i soloni del “cambio di rotta” potrebbero essere smentiti.
Perché se è vero che Capitol Hill ha messo in difficoltà la Casa Bianca su alcuni punti dell’agenda politica – il voto sul genocidio degli armeni, i fondi per la guerra in Iraq, le tappe del ritiro dei soldati – i macro-temi di politica estera, le direttrici della Grand strategy non sono state nemmeno scalfite. I Democratici non hanno mai provocato, capziosamente o involontariamente, una frattura rispetto alle opzioni politiche. Questo per diversi motivi, alcuni strutturali, altri congiunturali.
Tra le motivazioni strutturali spicca il fatto che negli USA la politica estera è una faccenda seria, non negoziabile e non suscettibile di agguati. Nessuno, neanche il più wilsoniano, si sognerebbe mai di inficiare l’immagine della Nazione: si discute nel merito delle decisioni, non sulle decisioni. Così è anche per l’Iraq dove, c’è da scommettere, alla fine si stabilirà, salomonicamente, una presenza residuale dei soldati americani nel nord curdo e nell’area di Baghdad.
Esiste una differenza di approccio e di visione rispetto a quello che in Europa, con riferimenti trionfalistici al limite dell’epopea, viene chiamato “multilateralismo”. I Democratici hanno già dichiarato di voler riprendere la collaborazione con gli alleati nei fori allargati. Ma, loro stessi, non sanno cosa farsene di un’ONU o di una WTO che sembrano arnesi vecchi e che, se non adeguatamente riconvertiti, finiranno in uno scaffale polveroso della storia delle relazioni internazionali.
Insomma: la politica estera in America è per definizione molto più bi-partisan di quanto non sia in Europa.
Si prenda un altro tema che sta scalando posizioni nell’agenda internazionale: l’ambiente e i mutamenti climatici. Il Parlamento ha espresso l’esigenza di superare il Trattato di Kyoto nella sua formulazione originaria, ritenuto troppo vincolante per il ruolo dell’America in un’economia delle nuove competizioni e senza regole del gioco precise.
Fino a qui alcune cause strutturali. Quelle congiunturali adesso, con due esempi. Il primo ha come oggetto l’installazione dello scudo stellare in Europa. O meglio, di alcune postazioni di un ombrello di protezione globale contro la minaccia dei missili balistici. Una prevenzione del rischio iraniano? Una manovra contro Mosca? Qualsiasi sia la motivazione, Repub - blicani e Democratici condividono l’esigenza di una prevenzione della minaccia missilistica. L’installazione di due postazioni radar in Polonia e Repubblica Ceca è parte di questo architrave della nuova sicurezza che, sorpresa delle sorprese, fu William Jefferson Clinton a finanziare e la Signora Madeleine Albright a teorizzare. Era il 1998.
Sulla questione mediorientale, poi, l’appuntamento di Annapolis è stato salutato con entusiasmo da tutta la politica americana. Accadde anche con la stretta di mano tra Arafat e Rabin, promossa dal sensale Bill Clinton. È accaduto lo scorso novembre, quando Bush ha avuto il merito di condurre Israeliani e palestinesi a un approccio di maggiore concretezza rispetto alla road map. Al tavolo c’era anche la Siria, come suggerito dai Democratici e senza la quale sarà impossibile raggiungere un’intesa duratura e una pace stabile.
Insomma, un futuro prossimo in politica estera all’insegna della continuità, soprattutto verso il Medio Oriente. I soloni della “strambata” dovranno ricredersi.

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