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2007:un momento di passaggio e incertezze, di Alfredo Mantovano

APPROFONDIMENTO / 2 Anno 1 - Numero 1 Gennaio 2008

2007:un momento di passaggio e incertezze A prima vista, il 2007 si conclude con un bilancio di rovine. Guerra civile in Palestina, in particolare nei territori dell’Anp, tra i militanti di quest’ultima e Hamas. Destabilizzazione della Siria nei confronti del Libano, con attentati riconducibili alle rivendicazione di Damasco sul Golan e alla pretesa d’impunità per i mandanti dell’omicidio di Hariri. Perdurante instabilità in Iraq. Sangue e attentati ovunque. Minacce di ricorso all’arma nucleare e di distruzione di Israele da parte di Ahmadinejad e pesante persecuzione interna nei confronti di ogni tipo di opposizione.

Eppure qualcosa faticosamente si muove. Accade in Iraq, dove gli sforzi di pacificazione della coalizione guidata dagli USA, l’incremento di uomini e di mezzi realizzato nell’ultimo anno, soprattutto il cambio di strategia da parte del comandante Petraus, cominciano a produrre risultati apprezzabili come, per esempio, il ritorno dei bambini per le strade delle principali città, a cominciare da Baghdad. Non è poco, per uno scenario che all’inizio dell’anno veniva descritto come simbolo dell’incomprensione e dell’intervento sbagliato da parte dell’Occidente. L’avvio di accordo fra Abu Mazen e Olmert, sotto l’egida di George W. Bush, non sembra essere soltanto uno spot, pur nell’estrema difficoltà del quadro. La volontà dei libanesi di essere protagonisti del destino della propria nazione, pur tragicamente ostacolata dal vicino siriano, è il dato più significativo sul quale puntare per la ricostruzione.
Per nessuno dei punti di crisi cui si è fatto cenno vi è la possibilità di soluzioni esclusivamente interne. L’aiuto dell’Occidente è essenziale. Un aiuto intelligente: fattivo, ma rispettoso delle identità territoriali. Aperto al confronto più ardito, ma inflessibile nell’isolamento del terrorismo ultrafondamentalista e di chi lo appoggia. Pronto a cogliere le ragioni di tutti, ma fermo nella difesa dell’integrità di Israele, e prima ancora nel suo diritto di esistere come Stato. Le difficoltà non mancano in ciascuna area, ma a esse si sovrappone la difficoltà dell’Europa, o la non volontà, di capire, di distinguere, e alla fine di operare scelte coerenti. La critica alla politica degli USA per il Medio Oriente è legittima, ma spesso è un alibi per mascherare le divisioni interne all’UE e l’incapacità di giungere a soluzioni adeguate alla realtà. Dall’altra sponda dell’Atlantico è arduo seguire le contorsioni di un dibattito europeo spesso fine a se stesso, che spesso appare impegnato nella ricerca della differenza rispetto a Washington, piuttosto che nella ricerca di formule condivise.
Le scelte del governo Prodi appaiono in tal senso esemplari nella loro illogicità. Il presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri, nell’ordine: hanno dato corso al ritiro dall’Iraq, con un tempismo degno di miglior causa: il costo umano pagato da tanti italiani per rendere possibile la nostra missione avrebbe richiesto minore ossequio all’ideologia e al programma dell’Unione, e una presenza in grado di collaborare alla ricostruzione, raccogliendone i frutti; continuano credere (in quasi totale isolamento) al contributo alla pace di Hamas, in quanto rappresentativa di un consenso popolare; in Libano si mostrano vicini a Hezbollah, che essi qualificano “movimento democratico”; in sede ONU incontrano senza riserve Ahmadinejad.
Il Medio Oriente esige attenzione non occasionale e, pur nello sforzo di adeguarsi a realtà che mutano, scelte chiare e condivise. La sfida per l’UE in questo momento è di non trovarsi a recitare una parte che, al di là delle intenzioni, allontani le soluzioni invece che favorirle.

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