il manifesto del 08 Ottobre 2008
In Iran sono aperte le manovre politiche per definire le candidature alle prossime elezioni presidenziali, in giugno. Lo schieramento riformista, all'opposizione, cerca di riunirsi. Una battaglia che si giocherà sull'economia e la vita reale della popolazione esposta alla crisi. Mentre le pressioni internazionali su Tehran restano forti Un incontro con Faezeh Hashemi e Roshanak Siasi, esponenti riformiste: «L'occidente ha un doppio standard»
Marina Forti
ROMA
Faezeh Hashemi Bahremani è una donna giovane dal piglio energico, è stata deputata al parlamento nazionale ed è nota in Iran per avere per prima cercato di promuovere la partecipazione femminile allo sport, quando ancora era considerata tabù nella Repubblica Islamica. Ha diretto la magazine Zan («donna») e diretto reti di ong femminili, è una dirigente politica riconosciuta: ma sembra inevitabile presentarla come figlia dell'ex presidente della repubblica Ali Akbar Hashemi Rafsanjani - del resto, lei stessa ammette che il nome di suo padre l'ha aiutata, quando ha avanzato proposte che rompevano con tradizioni consolidate del suo mondo. Perfino i suoi manifesti elettorali apparivano innovativi nell'Iran dei primi anni '90, fotografata con il chador d'ordinanza ma le gambe accavallate...
Roshanak Siasi è ancor più giovane ma anche lei ha maturato un'esperienza sul campo come organizzatrice politica nella provincia del Gilan, nell'Iran settentrionale: ora è nel consiglio nazionale di Kargozaran, il partito che fa capo allo stesso Rafsanjani. Lunedì le due donne erano a Roma, insieme alla scrittrice e produttrice cinematografica Fereshteh Taerpour; le abbiamo incontrate a margine di una conferenza promossa dall'università Luiss e dal mensile Il vicino oriente. Insieme, rappresentano una parte importante del composito fronte politico definito riformista, parola che la signora Hashemi vuole precisare: «Nella terminologia politica iraniana per riformisti si intende il movimento politico opposto ai conservatori, che succhiano il sangue alla religione per iniettarlo nel potere».
Si tratta del fronte politico che si era raccolto dietro a Mohammad Khatami, presidente della repubblica per due mandati (dal 1998 al 2005), e che ora cerca di riemergere dalla pesante sconfitta politica degli ultimi anni. Il mandato del presidente Mahmoud Ahmadi Nejad infatti è vicino al termine, nel giugno prossimo gli iraniani torneranno alle urne, e le manovre politiche per definire schieramenti e candidati sono ormai in pieno svolgimento.
Riusciranno i riformisti a unirsi su una sola candidatura? Da tempo circola il nome dell'ex presidente Khatami: sarà lui il candidato da contrapporre al fronte conservatore? Lui stesso non ha sciolto le riserve, proprio l'altro giorno ha dichiarato che potrebbe candidarsi solo con garanzie di un appoggio unitario. Certo, se da un lato ci fosse un calibro come Khatami, forse anche i conservatori (aspramente divisi) sarebbero indotti a unirsi dietro a Ahmadi Nejad... Ma la signora Hashemi taglia corto: «Non so se ci sarà un solo candidato per tutte le forze riformiste, lo credo improbabile: ma in ogno caso mi sembra poco probabile che Khatami». Non sembra che Mehdi Karroubi voglia mollare, spiega: ex presidente del parlamento e capo della fazione politica chiamata Associazione del clero combattente, Karroubi era stato candidato presidenziale nel 2005: sembrava che dovesse andare lui al ballottaggio con Ahmadi Nejad. «Sì, molti sostengono che nel 2005 l'errore dei riformatori è stato quello di dividere i loro voti presentando ben quattro candidati», continua Faezeh Hashemi: «Ma non è affatto detto che con un candidato unico avrebbero vinto».
Le due interlocutrici riconoscono che con Mahmoud Ahmadi Nejad ha vinto un particolare tipo di conservatorismo populista. «Il suo discorso ha fatto presa sugli strati più popolari», dice Siasi: «E' arrivato promettendo di distribuire il reddito del petrolio sulle tavole degli iraniani e lo ha fatto: ma distribuendo sussidi, senza fare nessun investimento produttivo, nelle infrastrutture». Spiega: Rafsanjani prima e Khatami poi avevano rafforzato la struttura economica, investito in infrastrutture. «I riformisti però non sono stati capaci di comunicare con gli elettori. Mentre Ahmadi Nejad, con la sua politica di elargizioni ha affascinato gli strati più disagiati della popolazione, quei trenta milioni di iraniani - su 70 milioni - che vivono in condizioni più difficili».
L'era Khatami ha cambiato il clima generale (oggi il manifesto elettorale della signora con gambe accavallate non farebbe più aggrottare le sopracciglia neppure nell'establishment): ma aveva suscitato molte speranze, forse troppe dice Siasi, e sono andate deluse. Le precisazioni della signora Hashemi qui tornano utili: «Mi considero riformista perché mi batto per i diritti umani, i diritti dei cittadini, la libertà delle idee, la libera competizione tra forze politiche, per il rafforzamento delle istituzioni civili. I riformisti iraniani sono influenzati dai concetti propri della democrazia occidentale: ma per noi libertà, uguaglianza, giustizia sono concetti religiosi da rielaborare in chiave moderna. Insomma, vogliamo evolvere una nostra idea di democrazia».
La delusione dell'era Khatami però pesa: cosa diranno i riformisti agli iraniani per conquistare il voto degli iraniani? «Certo non possiamo riprendere i discorsi di dieci anni fa», risponde Hashemi. «Credo che la priorità oggi sia l'economia, il carovita, la vita reale dei cittadini. L'inflazione è insopportabile, la disoccupazione aumenta, solo se si affrontano questi problemi si può costruire un discorso di riforme». Siasi fa notare che Khatami ha avuto contro tutti i poteri forti del sistema: «Un altro errore dei riformisti è stato presentarsi con un programma irrealistico che ha creato aspettative poi deluse. Questa volta dobbiamo presentarci con un programma realizzabile». E poi, dice, «dovranno lavorare di più nella società, con le ong, le associazioni, trovare strumenti per approfondire il dialogo».
Il fatto è che i riformisti si preparano a una competizione elettorale senza controllare i media: la televisione di stato è bastione dei conservatori, hanno pochi giornali... «Non è del tutto vero, c'è una decina di giornali vicini ai riformisti», ribatte la sifgnora Hashemi. Ci sono i siti internet, i blog: oggi gli strumenti di comunicazione sono molto più ampi di una volta, il mondo è rimpicciolito. E poi, la critica a Ahmadi Nejad è presente anche sui media non riformisti». E' vero: giorni fa un gruppo di noti economisti ha inviato una lettera molto critica al presidente Ahmadi Nejad, ed è ormai la terza (anche se questa volta non è stato pubblicato il testo): criticano la politica dei sussidi in cui è «sperperato» il reddito del petrolio, a scapito di solidi investimenti nell'economia produttiva. Distribuire sussidi sarà una pessima politica economica, assistenziale, ma aiuta a raccogliere voti: come competeranno i rifornisti? «L'arte della politica è offrire proposte giuste e convincenti, non offrire vantaggi materiali in cambio di voti», ribatte Hashemi.
Cosa si aspettano le esponenti riformiste dalla prossima amministrazione negli Stati uniti? «Guardi, non so se una vittoria di Barack Obama farà davvero una differenza, per quanto riguarda le relazioni con l'Iran. Lo dimostra la storia: quando alla nostra presidenza c'era Khatami, certamente aperto al dialogo, e a Washington c'era Bill Clinton, cioè un democratico, non è successo nulla: le occasioni di dialogo sono state perse. Certo, tutti auspichiamo che non continui la politica aggressiva di Bush. Speriamo che l'occidente comprenda che non ha nulla da guadagnare a premere sull'Iran». Ma non pensa che certe dichiarazioni di Armadi Nejad abbiano un effetto negativo? «E' vero, ma in fondo sono parole. Negli ultimi duecento anni l'Iran non ha mai attaccato nessuno. Siamo stati attaccati, piuttosto: Saddam Hussein ha usato contro di noi armi chimiche bandite dalle convenzioni di Ginevra. La cosiddetta comunità internazionale applica uno standard duplice».







