Persiani? No, iraniani - Corriere del Mezzogiorno
Nel paese del velo, e altro.
Corriere del Mezzogiorno - 26 gennaio 2008 di Maddalena Tulanti
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Nemmeno Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace, conosce la Puglia. «Dove non raccolgono l’immondizia?». No, quella è Napoli. Noi siamo più a est, non molto lontano, è vero, ma siamo in un’altra regione. «Ah, Napoli. Sì, ci sono stata, la città del Vesuvio vero?». Sì, quella del Vesuvio. Ma per tornare alla Puglia, sa, è la coda dell’Italia, o meglio il tacco, ha presente? Niente da fare, la Puglia Shirin Ebadi proprio non riesce a sistemarla. Del sud dell’Italia, che ha visitato molte volte, ricorda appunto Napoli e perfino Palermo, ma Bari, la Puglia proprio non sa dove si trovino.
E’ l’ultimo incontro in Iran, e in questi sette giorni trascorsi a visitare il paese «più cattivo del mondo», non è la prima volta che facciamo il giochino «sa dove sta la Puglia?». E, ahimé, nessuno ha saputo collocarla mai. E tuttavia mai tanta par condicio in un viaggio: noi non conosciamo loro, eliminando tutte le scorie e i pregiudizi della pre-partenza (sono quelli che vogliono l’atomica, quelli che assediarono l’ambasciata americana, quelli che schiavizzano le donne), loro non conoscono noi, cancellando i soliti stereotipi (italiani, dunque brava gente, simpaticoni, ma un po’ casinisti e un tantino truffaldini). Incontriamo l’avvocata più famosa dell’Iran, nel suo studio in via Yussefabad, una delle arterie principali di Teheran. E’ l’ultimo giorno in Iran, dopo un viaggio che ci ha condotto prima a Isfahan, (come dicono le guide, il gioiello della antica Persia per le moschee più raffinate), poi a Shiraz, la patria dei poeti (qui giace Hafez, il cantore i cui versi ogni iraniano tiene sul comodino accanto al Corano) e infine a Persepoli, la città di Dario, quello sconfitto a Maratona per intenderci. In tutto sette giorni pieni come un’intera vita. Perché venire in Iran non è un viaggio qualunque. Prima superi la diffidenza psicologica tua (e se mi rapiscono?), poi quella di parenti e amici (ma sei sicura?). E quando parti quasi ti senti che stai andando in guerra, un po’ eroe, un po’ martire.
La segretaria di Shirin Ebadi apre il cancello e ci invita a «scendere» al primo piano. L’ufficio si trova infatti nel sottosuolo. Sorprendentemente piccolo e modesto per essere il luogo di lavoro di un premio Nobel: un’entrata, un cucinotto e un bagnetto (rigorosamente alla turca anche questo e con il getto di acqua per il bidet a fianco), una sala d’attesa a sinistra, la stanza dell’avvocata a destra. Nella sala d’attesa un tavolo centrale abbastanza grande, diciamo per 10-12 persone, e per unica ricchezza un vaso di circa mezzo metro con la foto dell’avvocata disegnata sulle pareti. Non bellissimo in verità, ma appariscente. La stanza di Shirin Ebadi è altrettanto sobria: una scrivania piccola di legno scuro, quattro poltroncine, una libreria con 12 vetrine, in alto il diploma di avvocata e l’attestato del Nobel. Nulla altro. La signora Ebadi appare molto stanca. «Ci si stanca a lottare oper i diritti umani in Iran». E’ l’unica battuta che fa spontaneamente, per il resto si limita a rispondere alle domande. Chiede all’interprete di non tradurle una alla volta ma di farlo alla fine della chiacchierata, così si risparmia tempo. Il dialogo quindi è surreale, ci guardiamo negli occhi tentando di capire la forza delle domande e delle risposte ma ciascuno resta prigioniero della propria lingua, una bella metafora dei rapporti dell’occidente con il suo paese, tante parole, nessuna comprensione. Solo alla fine della strana intervista, quando si parla del più e del meno in attesa di un fotografo che non arriverà mai, Shirin Ebadi si lascia «comprendere» accettando la traduzione immediata. E giungono le battute sulla Puglia e su Napoli di cui abbiamo fatto cenno. Quanto a quello che più tardi sappiamo ha detto a proposito della legislatura sulle donne e dei cambiamenti necessari per renderla più «amica» del genere femminile, Shirin Ebadi sostiene che la prima cosa da fare è occuparsi della famiglia. Restituire cioè alle donne dentro la famiglie quelle certezze che avevano avuto dal 1967 al 1979, tipo diritto alla proprietà della casa, diritto al divorzio senza attendere la firma del marito, diritto ai proventi del lavoro, diritto sui figli. La rivoluzione islamica, come si sa, applicando la sharia ha cancellato tutto ciò, abbassando l’età del matrimonio dai 18 ai nove anni per le donne, introducendo la poligamia con i cosiddetti matrimoni temporanei (dai cinque minuti ai 99 anni), punendo con la lapidazione le donne adultere e le prostitute. «Tutto il resto - dice - non conta. La vita di tutti i giorni, quella sì che è importante». Pensiamo alla storia di Mahnaz, la nostra guida. E’ una bella donna, alta, autorevole, bellissimine mani lunghe e affusolate, occhi grandissimi, labbra carnose. Attributi che spesso caratterizzano le donne iraniane, nella stragrande maggioranza bellissime. Mahnaz è nata nel ’63, quando è scoppiata la rivoluzione aveva 16 anni ed era già sposata da due. «Un matrimonio combinato - dice - Mio padre e mio zio avevano deciso lo sposo, un commerciante di tappeti che aveva 15 anni più di me». Mahnaz non parla male del marito («Un bell’uomo, molto elegante ») ma da tre anni lo ha lasciato. «Non ce la facevo più - racconta - Ho vissuto con lui un’intera vita, ma quando i figli sono cresciuti, ne ho quattro, mi sono detta: e io? che vita è questa? sempre a essere comandata, guidata... sono adulta, voglio decidere qualcosa anche io. E così me ne sono andata». A casa dei genitori ovviamente, perché non può vivere da sola prima del divorzio e il divorzio lui non vuole darglielo. «Dice che mi aspetta, che devo tornare a casa, che quando mi sono stancata la porta è aperta». Nel frattempo Manhaz non si stanca, anzi. «Lavoro come una pazza non solo per mantenere anche la mia figlia più giovane, ma perché non so ancora chi sono e il lavoro mi permette di non soffermarmi troppo sui pensieri. Ma non tornerei indietro per tutto l’oro del mondo». Manhaz ha vissuto in Italia, anzi di più, si è laureata in Italia, a Padova; e poi due anni li ha trascorsi a Lecce. E’ l’unica infatti che riesce a localizzare la Puglia. Era venuta con il marito, anche lui prima studente e poi commerciante di tappeti. Poi entrambi erano tornati nel «nuovo» Iran. «I miei genitori non avevano partecipato alle manifestazioni, io e mio marito invece avevamo accettato con gioia il nuovo regime. Se adesso mi chiedi se sono pentita io ti mostro delle foto e poi ti rispondo». Le foto si trovano nella fortezza di Karim Khan, nel centro di Shiraz, 900 km a sud di Teheran. E’ molto ben conservata ma con la torre sul lato sud-est inquietantemente inclinata, inclinazione che, secondo la guida, nemmeno gli esperti venuti da Pisa sono riusciti a correggere, ma come avrebbero potuto? All’interno Mahnaz ci mostra le foto di Shiraz all’epoca dello scià. «Ecco, vedi come eravamo nemmeno 50 anni fa?». Le belle immagini in bianco e nero mostrano strade non asfaltate, casupole invece di case, cittadini spenti e poverisimmi; laddove oggi c’è una zona pedonale (a proposito, tutta costruito su una collina), c’era solo terra e abbandono. E Mahnaz aggiunge quello che non si vede: «Lo scià era ricchissmo, ma il suo popolo viveva nella miseria. Nei villaggi non c’era né acqua né luce. I bambini non andavano a scuola, certo il velo non lo portava nessuna donna, ma anche quella era stata un’imposizione». Insomma - sembra dire Mahnaz - prima di giudicare l’oggi pensate a ieri. Lezione imparata, saremo attenti, e tuttavia è difficile immaginare il progresso anche dietro tutti quei veli imposti. O ci sbagliamo? «Il velo non rappresenta più la religione, ma lo stato, è un simbolo politico», scrive Azar Nafisi, l’autrice di Leggere Lolita a Teheran. Comunque sia, stato o religione, non c’è nessuna donna che possa evitarlo. In inverno non ci si fa caso, col freddo che fa a Teheran, meno diciassette gradi quando arriviamo, fa perfino piacere avere uno strato in più di stoffa che ti copre. Non deve essere la stessa cosa in estate, quando il caldo diventa torrido. Le straniere devono coprirsi il capo appena scese dall’aereo nel nuovo grande aeroporto inaugurato appena un mese fa. Ovviamente si chiama «Khomeini », ma se immaginate una struttura tipo Mosca anni comunisti vi sbagliate. Anzi non solo l’aeroporto ma nemmeno la città è paragonabile alla capitale dell’ex impero del male. Le gigantografie di Khomeini e di Khamenei, suo successore, sono poche e sparse un po’ a caso. Nulla a che vedere con il culto della personalità di comunista memoria. Per tornare all’aeroporto nuovo, è una struttura poderosa, simile a una di quelle post-industriali che si possono ammirare a Berlino, di facile uso (non dimentichiamo che serve una capitale di 14 milioni di abitanti e un paese di 70 milioni), senza orpelli (pochi i negozi, solo gli essenziali, altro che le boutique delle grandi firme di Roma, Milano e perfino Bari), con molte pubblicità di automobili. L’unico inconveniente è quell’odore penetrante di gasolio che ci saluta al nostro arrivo e alla nostra partenza. Lo sentiremo anche a Teheran e ci spiegano i «vecchi» della delegazione, Francesco De Leo, Vittorio Parsi, Annalisa Galardi, che sono venuti più di una volta, deriva soprattutto dall’inquinamento: la capitale è soffocata e soffocante, tanto che chi ha più soldi cerca di andare ad abitare fuori, in collina, verso il nord della città, almeno lì si respira. Il parco auto in verità lascia molto a desiderare, i modelli sono tutti vecchissimi, molte Peugeot (la Francia è il secondo miglior partner dell’Iran per le importazioni dopo la Germania, l’Italia è il terzo), moltissime coreane; e un numero infinito di moto che farebbero l’invidia di tutti gli appassionati di vintage. La conseguenza di tutto ciò è che appena arrivi in città (alle 4 e mezzo del mattino ora locale, ci sono due ore e mezzo di fuso da aggiungere alla nostra) sei preso alla gola, come se l’aria fosse un coltello. La prima impressione di Teheran non è buona. Brutti palazzi, traffico caotico, e l’idea che se ti perdi la guida è finita. Non aiuta il fatto che il nostro arrivo coincide con tre giorni di festa con conseguente chiusura totale di tutti i negozi. Si celebra la «ashura», l’assassinio dell’imam Hosseini e di 72 suoi partigiani a opera dei sunniti del califfo Omayyade, la festa più grande per i credenti sciiti. Per la verità dopo questi tre giorni di lutto ne seguiranno altri 40, ma il blocco totale dura solo questa settimana. Anche a Teheran vediamo passare cortei di «flagellanti» che si percuotono la schiena con due grossi mazzi di catene mentre un altoparlante racconta la vita e soprattutto la morte dell’imam; ma è a Isfahan che incontriamo le più grandi manifestazioni. Tutta la città converge nella gigantesca piazza dell’Imam, un rettangolo di 512 metri di lunghezza e 163 di larghezza, seconda al mondo solo alla piazza di Tienanmem a Pechino. Ogni corteo rappresenta un’associazione e i fedeli naturalmente fanno a gara per mostrare più ardore e più dolore. I seguaci sono tutti giovanissimi e tutti maschi. Le donne, rigorosamente in chador, anche le più piccole restano ai bordi della strada. A questo punto i pugliesi, i salentini per la precisione, si sentono quasi a casa. «Somiglia ai Perdune di Taranto» dicono in coro Vittorio Potì, Franco Chiarello, Tonino Cassiano e Gigi De Luca. Ai diffidenti milanesi, Vittorio Parsi e Annalisa Galardi, sembra uno scherzo. E perfino i baresi Francesco De Leo, Bepi Cazzorla e Davide De Leo mostrano un po’ di freddezza. «Bé, proprio tale e quale proprio non è...». Finito il lutto finalmente apre il bazar. Lo scatenamento degli italiani, in particolare i pugliesi, è totale: lo scopo non è comprare questo o quel ricordino, ma contrattare. I più temuti sono Franco Chiarello e Tonino Cassiano. Il sociologo è un maestro ma è più morbido; il direttore del museo di Castromediano invece possiede pienamente la tecnica scientifica: disprezza quello che vuole comprare, fa finta di andarsene, torna di malavoglia, fa l’ultimo prezzo. Un artista. La conclusione è che tutti tornano a casa con il triplo delle valigie della partenza, avendo comprato mezzo bazar, ma vuoi mettere la soddisfazione... Shiraz vuol dire anche Persepoli. E’ il momento più commovente del viaggio. L’antica città, paragonabile come importanza per l’umanità al Colosseo o alle Piramidi, è grandiosamente sola in mezzo alle mura di cinta. Fu costruita da Dario e poi ampliata dai successori, i vari Serse e Artaserse. Ma la cosa strordinaria è che nessuno ne aveva saputo più niente dopo la distruzione da parte di Alessandro Magno tanto che alcuni storici ritenevano che fosse stata tenuta segreta. In realtà era la città in cui confluivano i doni dei popoli sudditi all’imperatore persiano per l’arrivo del nuovo anno (a proposito, il No Ruz, allora come ora cade il 21 marzo, il giorno della primavera), era una sorta di città-forziere dunque, tanto che quando Alessandro la distrusse ebbe bisogno di 3mila cammelli per portare via il bottino. E solamente negli anni ’30 questo ben di dio di resti è stato riportato alla luce. D’estate in questo posto magico si svolgono spettacoli di suoni e luci, un’idea per tornare. Lasciamo Shiraz per tornare a Teheran un giorno prima del rientro in Italia. L’aereo sarebbe dovuto partire alle 22, decolla invece alle 5 del mattino. Pare che la colpa sia dell’embargo a cui ancora è sottoposto il paese, non ci sono sufficienti pezzi di ricambio. Ma gli iraniani non sembrano innervositi e gli italiani, senza neppure l’embargo, sono abituati alle traversie dei viaggi in aereo. A Teheran, che ci fa già meno paura dell’arrivo, ci attende l’incontro con il vice presidente dell’Iran Karim Mashaee. Prima di lui, appena arrivati, eravamo stati accolti dal direttore dell’ufficio della cultura e del turismo, che ci aveva spiegato l’itinerario. L’incontro con il vicepresidente è cordiale e intenso. E’ un bell’uomo, sotto i 50 anni, della generazione di Ahmadinejad, che, come ogni buon iraniano, usa la formula poetica nel dialogo. Parla della conoscenza fra gli uomini come un percorso dell’acqua, non si può fermare. «La non conoscenza - dice - è il buio, e il buio è paura. ma quando si accende una candela, il buio finisce e la paura anche». Ecco, anche noi abbiamo acceso la nostra candela, il buio forse non è finito, ma è meno fitto, e anche la paura non è più quella di una volta.
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