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Libano. Si lotta e si negozia e Frattini ridisegna il nostro Medio Oriente. Hezbollah vince ma rischia tutto

La Lega araba media e punta su Suleiman. Gli sciiti potrebbero aver compromesso il mito della 'resistenza'.

da il Riformista del 13 maggio 2008 di Francesco De Leo

Mentre il Libano conta i suoi morti di questi cinque giorni di violenza, un’ottantina secondo le ultime stime, la parola comincia a passare lentamente alla diplomazia. Probabilmente domani a  Beirut, la Lega Araba riuscirà a organizzare un importante summit tra le parti guidato dal suo segretario Amr Moussa. Il Premier Fouad Sinora, assieme ai più importanti esponenti della maggioranza Hariri e Gemayel, potrebbero sedersi ad uno stesso tavolo con Hassan Nasrallah, capo di Hezbollah, Nabih Berri, Presidente del Parlamento e leader di Amal e il generale Michel Aoun. Si lavora incessantemente perché questo avvenga, sperando che la tregua regga e con l’obiettivo di far nascere un governo presieduto dal Generale Suleiman, capo dell’esercito libanese.

È proprio sul sessantaduenne Michel Suleiman sono riposte tutte le speranza per il futuro del Paese dei Cedri. Una vita per l’esercito, vincitore della gloriosa battaglia contro il gruppo sunnita Fateh Al Islam nel campo profughi di Nahr Bared, è stato candidato alla presidenza del Libano da entrambi gli schieramenti politici. L’esercito rappresenta al momento forse l’unica vera istituzione libanese e, malgrado sia formato da soli 70 mila uomini, ha lentamente ripreso il controllo del territorio. Ieri si è comunque combattuto ancora a Bab el-Tebbaneh, Jabal Mohsen, Bshamoun e Tripoli, mentre Beirut ha vissuto una giornata di relativa calma. Qualche scuola ha riaperto, così come alcuni negozi e locali. La gente è stanca, esasperata da questa cappa di violenza e tensione che continua a soffocare il Paese. La società civile, l’intellighenzia libanese, pronta per l’ennesima volta a venir fuori dalle macerie e a ricostruire, non è però così convinta, come la gran parte degli analisti, che Hezbollah sia l’unico grande vincitore di questi ultimi accadimenti libanesi. Sì è vero, ancora una grande e muscolare dimostrazione di forza, tale da rendere efficaci minacce, intimidazioni e ricatti, ma c’è la convinzione che la scelta di non combattere, di non rispondere alle provocazioni degli sciiti, non sia solo la conseguenza di una evidente disparità militare. Il tentativo di golpe degli uomini di Nasrallah, per tanti libanesi, non ha avuto successo anche per la scelta di abbandonare il campo presa dai gruppi legati alla maggioranza governativa, che ha avuto il merito di salvare lo Stato da una nuova guerra civile e togliere il velo dalla vera identità di Hezbollah. Gli ultimi giorni cruenti del Libano avrebbero dimostrato la totale inaffidabilità del Partito di Dio, il soccombere dell’ala politica a quella militare e, con questo, il suo totale distacco dalla società civile. Solo due anni fa Hezbollah viveva il suo massimo splendore, il suo apparato militare, al-Muqawama al-Islāmiyya, riconosciuto indispensabile per opporre un’adeguata resistenza armata alle possibili invasioni israeliane è oggi stato utilizzato per invadere le strade di Beirut, per saccheggiare, incendiare, brutalizzare una città e il suo territorio. Hezbollah avrebbe dilapidato, in qualche giorno, il suo essere ‘resistenza’. La vittoria con i drusi di Walid Joumblat, per tradizione combattenti instancabili, difficili da stanare dalle loro roccaforti di montagna, non sarebbe stata così facile senza la scelta avversaria di astenersi dal conflitto. Fouad Sinora e i suoi alleati avrebbero insomma deciso, anche in base all’evidente inferiorità militare, di scegliere la strada dello Stato, dell’esercito, della democrazia, dimostrando di non essere un’alleanza di gruppi para militari, ma accreditandosi agli occhi della comunità internazionale come unici soggetti istituzionali credibili. Sicuramente Hezbollah non è così con le spalle al muro come nei sogni di tanti libanesi, ma sicuramente non troverà vita facile nel distruggere il germe democratico di quella gente. “Non dimentichi”, mi dice al telefono da Beirut un giornalista del quotidiano As Safir, “che i siriani sono stati in Libano trent’anni, ma non hanno cambiato le nostre teste. Sono stati costretti ad andar via dopo una manifestazione di un milione e mezzo di persone, il 14 marzo del 2005”. Paradossalmente la scelta di Hezbollah di alzare il livello dello scontro per estendere il potere sul Libano del nord, potrebbe rivelarsi il contributo allo sviluppo e all’organizzazione di piccoli e pericolosissimi gruppi armati salafiti, fondamentalisti che potrebbero alimentarsi nella galassia del fondamentalismo sunnita. Tripoli, dove in queste ore ancora si spara, potrebbe esserne lo scenario.

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