Scene da una campagna elettorale inutile.
LETTERE PERSIANE 1. Reportage dalla capitale Iraniana alla vigilia delle elezioni.
Il presidente del parlamento si interessa al voto italiano. E lancia un messaggio a D’Alema. Fatemeh la poetessa che voleva candidarsi se la prende per la bocciatura. Si riempiono le aule per i comizi. Ma l’anno 1387 non porterà nulla di nuovo.
da il Riformista del 13 marzo 2008 di Francesco De Leo
TEHRAN - All’alba del 1387 l’Iran con ogni probabilità continuerà a svegliarsi conservatrice. L’arrivo della primavera porterà il nuovo anno e con sé i risultati definitivi della composizione dell’8° Parlamento iraniano, il Majles. Non nutrono troppe speranze i riformisti, tanti gli esclusi dal Consiglio dei Guardiani, che con i Comitati Esecutivi, hanno il compito di giudicare l’idoneità dei candidati. “Un delitto elettorale”, definiscono le decisioni del Ministero dell’Interno i riformisti nei comizi di questa breve campagna elettorale, che si concluderà domani con il voto. Per i fondamentalisti è garanzia che il prossimo Majles sarà più vicino all’Islam, per chi li avversa il rischio dell’incubo astensione.
A Tehran metereologicamente è già primavera inoltrata. Il caldo di questi giorni riscalda un Iran dove sino a due mesi fa si ghiacciava a -27°. Pochi i manifesti per le strade, il governo ha proibito grandi spese temendo l’effetto corruzione nell’utilizzo di soldi pubblici per finanziare la campagna elettorale. Due i grandi schieramenti in corsa, gli Osulgaraian, i conservatori, e gli Eslahtalaban, i riformisti. L’Iran è un Paese che appare sempre più disincantato dalle promesse del suo presidente, alle prese con un carovita da spavento, un’inflazione galoppante, una disoccupazione dilagante.
“Non è vero, mi creda”, dichiara al Riformista Haddad Adel, attuale Presidente del Majles. Abito grigio scuro e camicia bianca aperta, nella mischia tra giornalisti che segue al suo discorso alla kermesse elettorale dei conservatori, sceglie noi italiani per una breve dichiarazione, colpito sicuramente più dalla bellezza del Paese che dal nome del giornale. “La nostra risposta agli attacchi dei riformisti è che la disoccupazione è diminuita, non certamente aumentata. Per diminuire l’inflazione”, prosegue, “noi abbiamo un piano e lo attueremo. Consideri che una gran parte dei ricavi della vendita del petrolio li abbiamo investiti per lo sviluppo delle infrastrutture del Paese. E’ chiaro e naturale che ciò provochi un po’ di inflazione”. Aggiorno il Presidente su quanto dichiarato, lunedì sull’Iran, dal Ministro degli Esteri italiano D’Alema, nella sua conversazione con il Riformista alla vigilia delle elezioni politiche italiane. “In generale”, risponde, “le posizioni italiane sono secondo noi tra le più realistiche in Europa. Le consideriamo relativamente vicine alle nostre idee anche se non sempre sono state dello stesso tenore. Mi auguro che dalle prossime elezioni italiane possano esserci cambiamenti favorevoli all’assunzione di scelte indipendenti dagli Stati Uniti. Noi auspichiamo che l’Italia non sia seguace degli americani”.
I giornalisti iraniani dell’Irib, la televisione di stato iraniana, pressano, è scaduto il nostro tempo. Un’ultima domanda sulla politica estera del governo. Cercate di assumere la leadership del Medio Oriente? Gli chiedo. “Non la cerchiamo e non ne abbiamo bisogno. Vogliamo semplicemente dimostrare le nostre buone intenzioni al mondo islamico, non miriamo a guidarlo, quanto alla sua unità”. Ci saluta, scusandosi per gli spintoni, “perdoni…è solo entusiasmo”. Riconquistiamo l’uscita, abbandoniamo il palazzetto dello sport che ha ospitato questo meeting. Lo aveva aperto un popolare candidato attaccando gli americani. “Visto che il ‘maleducato’ Presidente Bush ha invitato il popolo iraniano a disertare le urne, noi presentiamo 30 illustri candidati che sapranno dimostrargli quanto siamo forti a perseguire i nostri principi”. Non era pienissimo l’ambiente, tutto sommato dimostrava poco trasporto il popolo di Ahmadinejad. Donne divise dagli uomini, scolaresche in divisa precettate per l’occasione, tanti chador, tanto nero e qualche fischio di giubilo. “Evitate…non è nella nostra cultura”, aveva gridato dal palco un sorpreso e imbarazzato candidato della lista. Dovrà abituarsi, suo malgrado, a queste manifestazioni di giovinezza, il 70% degli iraniani ha meno di trent’anni.
Corriamo con un taxi dall’altro capo della città, è in programma un incontro elettorale con tante candidate della lista riformista. Tehran impazzisce dal traffico, “Guardi sulla destra…”, mi dice l’interprete indicandomi dei murales. <Down with the Usa!> e tante altre scritte contro il Satana americano ricoprono i muri esterni dell’edificio che ospitò l’ambasciata americana. Siamo in Taleqani Ave dove studenti assaltarono l’ambasciata tenendo in ostaggio 53 diplomatici per 444 giorni. Superiamo l’Università, offre 16 tipi di lauree, 160 master e 120 PhD. La frequentano quasi 32000 studenti che hanno pochissimo in comune con chi invase quel pezzo di territorio americano in Iran. Dopo mezz’ora raggiungiamo la destinazione. E’ una palestra ad ospitare la manifestazione elettorale. Interno molto grande, pieno di sedie, tutte occupate. Ambiente più familiare, cortese, direi più colto. Donne con grande naturalezza sedute accanto agli uomini, tanti bambini, cestini di frutta offerti ai tantissimi presenti. Sul palco le candidate, tante le escluse. Si cantano canzoni e si recitano poesie. Si dice che ogni iraniano abbia un libro di poesie sul comodino, riesce facile alla poetessa Fatemeh Rakei, conquistare la platea. E’ una esclusa eccellente e si vede che non l’ha ancora digerita. “So di aver pagato perché riformista e khomeinista”, ci dice con lo sguardo che tradisce delusione. In sala c’è una donna, grandi occhi neri, vivace, sempre in movimento, un moto perpetuo. Sale e scende dal palco, distribuisce volantini, è speciale, unico il suo stile…bellissima. Sembra la padrona di casa, accoglie tutti con un grande sorriso, le donne con baci e abbracci. Spicca un vestito arancione da un mantello nero con il quale sembra perennemente litigare. La fermo, provo a parlarle. “La prego sono occupatissima…parlerò volentieri con lei, ma più tardi”. E’ di parola, dopo una trentina di minuti è di ritorno.
“Mi chiamo Roshanak Siasi, sono attivista di Kargozaran da quindici anni, sono Presidente nella regione di Gilan, vicino al Mar Caspio”. Le chiedo della sua passione, di tutta quell’energia, se sia giustificata da speranze per il 14 marzo. “Secondo le nostre previsioni a Tehran parteciperanno alle votazioni tra il 45 e il 50% degli aventi diritto. Nel resto dell’Iran forse si supererà il 60%. La speranza è che almeno 50, 60 candidati riformisti possano entrare in Parlamento. Abbiamo problemi nel controllo dei mass-media, a parte due quotidiani non ci resta altro, radio e televisione ci sono avversi, abbiamo poco per farci sentire”. Ricominciano a chiamarla, è stanchissima, ma non si risparmia. Mi dica solo cosa sogna per il suo Paese? “Adoro l’Iran…”, mi guarda negli occhi e riflette. “Spero la si finisca di avvalersi della religione per emozionare ed eccitare la gente, farle perdere la testa, per poi utilizzare le loro menti, ad arte, per altri fini. E poi…mi auguro che l’Iran riacquisti il senso del ‘comune’, maturi nel perseguire lo sviluppo dell’intera comunità, che cominci a considerare l’importanza della ricchezza della molteplicità, a discapito dell’arricchimento individuale”. Si è fatto tardi, fuori è buio pesto. “Hai visto che aria diversa”, mi dice l’interprete mentre guadagniamo l’uscita. Sì…speriamo che basti.
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