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A Islamabad e' democrazia o guerra civile ? Prime elezioni (Quasi) libere, con finale a sorpresa.

da il Riformista del 19 febbraio 2008 di Francesco De Leo

Ottantamila uomini, tra soldati e poliziotti, hanno vigilato su quella che potrebbe essere per il Pakistan la vera transizione dall’epoca delle dittature militari a quella della democrazia. In una giornata dichiarata di festa, con i mercati finanziari e le scuole chiuse, ieri tantissime urne di plastica trasparente bianca attendevano gli ottantuno milioni di pakistani aventi diritto al voto. Non hanno risposto in massa, non c’è stata una grande affluenza nei 64.000 seggi elettorali, eppure le elezioni di ieri sono le prime realmente libere nella storia del Pakistan contemporaneo, funestato dagli eterni conflitti tra regimi militari golpisti e corrotti governi ‘democratici’. Si è votato per eleggere i propri rappresentanti nell’Assemblea Nazionale e nelle quattro Assemblee Provinciali, ma è stata la paura, l’incubo dell’attentato, ad evitare che tanti pakistani suggellassero con il voto la debacle della Lega musulmana del Pakistan-Q, il partito di Perwez Musharraf, condannato dai sondaggi.

Dalla notte della vigilia del voto le violenze hanno fatto 14 morti, che sommati ai 450 registrati dall’attentato di dicembre che costò la vita all’ex primo ministro Benazir Bhutto, fanno il quadro di una sanguinosa campagna elettorale. Come non bastasse non c’è neanche grande fiducia sulla limpidezza dei risultati, temuti da Musharraf che rischia l’impeachment, se due terzi del parlamento finissero nelle mani dell’opposizione, temuti dai leader dell’opposizione, che hanno minacciato di chiamare il popolo alle manifestazioni di piazza qualora ci si ritrovasse di fronte a brogli. Sono indubbiamente i sondaggi della vigilia che hanno gran peso su questo. Il partito del presidente è stato dato al di sotto del 20%, il Partito del Popolo della Bhutto al 50%, la formazione dell’ex premier Nawaz Sharif al 30%, ed è evidente come una dichiarazione di Musharraf, che annunciasse la vittoria del suo partito, potrebbe scatenare una vera guerra civile. “Mi impegno a lavorare in totale armonia con chiunque vinca le elezioni politiche”, ha dichiarato il presidente dopo aver inserito la scheda nell’urna nella cittadella militare di Rawalpindi, accompagnato da mamma e familiari. “La politica dello scontro sta danneggiando il Pakistan e per questo serve una politica di riconciliazione nazionale”, la sua dichiarazione alla tv di Stato. Questo in effetti potrebbe essere lo sbocco dell’importante giornata di ieri, si fa largo l’ipotesi di un governo di coalizione. Musharraf non molla, vuol essere ancora della partita e il marito della Bhutto, Asif Alì Zardari, che ora guida il Partito del Popolo, ha ieri dichiarato: “non escludo di lavorare con lui”. Per Vittorio Emanuele Parsi, professore di Relazioni Internazionali all’Università Cattolica di Milano, “il problema fondamentale del Pakistan è che siamo di fronte a una transizione di regime, per molti aspetti. Intendo il passaggio, pilotato dall’alto, da un regime autoritario al tentativo di instaurare un regime almeno elettoralmente competitivo, se non proprio una democrazia fino in fondo. In questa fase”, dice Parsi al Riformista, la condivisione del governo da parte di forze politiche che rappresentano la continuità con il regime e di forze politiche che potrebbero rappresentare la transizione al nuovo, potrebbe essere una condizione positiva, tanto più sullo sfondo di questa emergenza sicurezza che spinge verso un governo di solidarietà nazionale”.  La sicurezza dunque, il grande motivo alla base dell’unione. Soprattutto quello che accade ai confini di un paese abitato da 140 milioni di persone, il 95% dei quali musulmani. La eterna e mai risolta questione afgana, una minaccia che gli ultimi sanguinosi attentati di Kandahar ripropongono come un incubo. L’Afghanistan è sempre stata al centro della politica estera pakistana,  “l’ossessione di instaurare a Kabul un governo satellite, prima con i muhaheddin e poi con i taliban, si è rivelata disastrosa, dice al Riformista Riccardo Redaelli, docente di Geopolitica alla Cattolica di Milano. “L’11/09 obbligò il Pakistan a sconfessare la propria politica di sostegno ai taliban e ha rappresentato una delle peggiori sconfitte politiche del Paese. Il Pakistan ha perso l’Afghanistan, ma i taliban hanno conquistato intere zone del Paese, nella North-West Frontier Province e in Baluchistan. E in più”, conclude Redaelli, “questo legame ha favorito il dilagare del radicalismo islamico violento e anti-occidentale, ambiguamente contrastato da Musharraf”. Oggi forse una grande coalizione potrebbe rappresentare l’ultima chance.

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